jueves, 20 de diciembre de 2018

La rutina del escritor 1

Quiero compartir con vosotros mi sistema para escribir un libro. Lo primero es el nacimiento de la idea. Puede ser por una foto, puede ser un título que te viene de repente a la mente, puedes estar en cualquier sitio y ves una situación que te atrae (un parque, una iglesia, una casa, una conversación). Pueden ser muchas cosas. 
Empecemos por el título. A veces lo primero que me viene a la mente es un título y luego un pequeño argumento del que sólo conozco tres o cuatro líneas. La imaginación es fantástica y suele ir más rápida que tus ganas de escribir o el tiempo que tienes para hacerlo. Así que escribo el título en un papel, voy al ordenador escribo las ideas principales del cuento o novela y luego meto el título en un pequeño baúl que me regaló mi hija hace un montón de años.
También puede que esté en un sitio determinado y mi mente empiece a montar una historia, por ejemplo con una buena amiga en un concierto de Bach en la Colegiata de Santa María, en A Coruña. Si no tengo la libreta a mano que suelo llevar para estas ocasiones, da lo mismo, le pido a mi amiga un bolígrafo (que se que lleva encima) y escribo lo que se me ocurre en el programa de mano del concierto. Cuando llegue a casa ya lo escribiré en la libreta. Más tarde usaré esto para el inicio de un relato o para una escena del mismo.

miércoles, 12 de diciembre de 2018

Le Ombre: Segreti del Passato di María Acosta Díaz - Prime pagine

Ci saremmo divertiti moltissimo. Avevamo passato i tre giorni precedenti ad organizzare la Notte di San Giovanni; era una festa che si celebrava ogni anno. Dal momento che le nostre finanze erano abbastanza scarse, decidemmo di organizzare una raccolta di beneficenza: Sofía si offrì di comprare tutto il necessario. La sera saremmo andati a casa di Teresa, dove avremmo incontrato Ricardo, Paul e Irene. Era mezzogiorno, avevamo messo tutto in un borsone sportivo ed uscimmo poi a prendere qualche birra lì intorno prima del pranzo. Telefonammo ad alcuni amici poiché ci avevano detto che, probabilmente, ci avrebbero portato delle sardine da arrostire. Non li trovammo in quel momento e quindi ci dirigemmo verso la Plaza del Dos de Mayo, passammo lì un’oretta tra un bar e un altro, richiamammo i nostri amici e questa volta ci rispose Carlos: «Verrete stasera? Ah, mi dispiace. Beh, se vi riprendete saremo in Plaza de Lara. Abbiamo comprato quattro litri. Se non vi vediamo, vi chiamerò la settimana prossima. A presto». 
«Che hanno detto, Luís? Non vengono?» domandò Sofía.   
«No, Arturo sta malissimo. Sai com’è fatto, no? Ieri sera sono usciti e oggi risente di una sbornia formato king size. Mi hanno detto che se si sentirà meglio può darsi che vengano, ma non è sicuro». 
«Va bene, andiamo a mangiare, così dopo possiamo andare a prendere qualcosa da bere per abituare il corpo all’uscita di stasera». 
Tornammo a casa. Stavamo mettendo la tovaglia quando suonò il campanello: era Eduardo che veniva a vedere Sofía a proposito di una qualche riunione che avevano la settimana seguente. Questa non si fermava: sempre qui e là ad assistere a tavole rotonde e a conferenze organizzate da associazioni che non conosceva nessuno. Lei però si divertiva come una matta. Le aprì la porta:  
«C’è Sofía?» 
«Vieni, stavamo per mangiare». 
«Aggiungo un altro piatto. Stasera andiamo ai falò di San Giovanni a bere queimada. Ti unisci a noi?». 
«Non lo so, forse», rispose Eduardo, «ho un po’ di appuntamenti stasera e non ho idea di quando finirò». 
«Sì, certo! Vai a far riunioni fino alle quattro del mattino! Ma per favore! Dai, ci divertiremo alla grande. Saremo in piazza a mezzanotte e sicuramente ce la spasseremo fino alle cinque del mattino. Se ti va, sai già cosa devi fare. Mangiamo».  
Sofía ed Eduardo passarono almeno due ore a parlare di solidarietà e rivoluzione. Io intervenivo ogni tanto, ma anche così non ci capivo un bel niente. Come da programma, uscimmo a prendere qualcosa da bere, dopo di che Eduardo se ne andò, tutto su di giri, a partecipare ad una serie di riunioni che lo facevano spostare da un estremo all’altro di Madrid. Saranno state le dieci di sera quando prendemmo le nostre cose e ce ne andammo a casa di Teresa. Non era ancora arrivata e quindi ci recammo al “Botas” ad ascoltare un po' di musica rock. Ci prendemmo un paio di birre e mettemmo cento pesetas nella macchina delle palline. Sofía si mise a giocare di brutto. È troppo forte questa tipa, sembra che faccia ginnastica quando gioca a flipper. Tornammo a casa di Teresa, poteva darsi che i nostri amici fossero rientrati. Le finestre erano illuminate, per cui suonammo il campanello per farci aprire:  
«Chi è?». 
«Luís e Sofía». 
«Salite, Paul e Irene non sono ancora arrivati».  
La casa in cui entrammo stava in un vecchio palazzo di Lavapiés, che però era stato ristrutturato all’interno. Loro vivevano al primo piano, una vera fortuna soprattutto perché non c’era l’ascensore. La porta era semiaperta, quindi entrammo e ce la richiudemmo dietro; Teresa stava aprendo una bottiglia di vino in cucina e Ricardo era in sala che cercava un disco di musica un po' ritmata:  
«Lasciate pure il borsone in cucina. Facciamo la queimada qua dentro?». 
«No, che dici! Dobbiamo fare un fuoco!», esclamò Sofía.  
«Va messa su un fuoco?», controbatté Ricardo.  
«Non hai capito: il fuoco serve a mescolarla e a purificarti da fattucchiere e guai. La queimada si fa in una ciotola di terracotta con zucchero, fettine di limone, acquavite di orujo. Si da fuoco al composto. L’alcol quindi si consuma, facendo assumere alla queimada un aspetto bruciato grazie al fatto che lo zucchero si trasforma in caramello e si mischia con l’acquavite: da qui il suo nome». 
«Ah, ora capisco. Però tu avevi detto che l’avremmo fatto in casa. Per questo abbiamo dato appuntamento a Pablo e Irene qui», disse Ricardo rivolgendosi a Sofía.  
«Quello che ti ho detto è che l’avremmo fatto in piazza e che se la polizia ci avesse fatto sloggiare da lì, allora saremmo venuti a casa con la queimada. Per di più, il suo elemento naturale è proprio l’aria fresca», rispose lei.  
Mentre avveniva questa conversazione, io trovai un disco di Ramoncín, di qualche anno prima, quel pezzo che fa soy el rey del pollo frito e, contemporaneamente, Teresa tornò dalla cucina con il vino ed alcuni bicchieri:  
«Facciamoci un paio di spinelli, dai!». 
«Dato che siamo in quattro, è più pratico un sifone, no? È da un sacco che non ne faccio uno. Allora, un paio di cartine, hashish, una sigaretta e mezza ed il filtro», contava Sofía mentre distribuiva il tutto sul tavolo, «ora, siccome faccio gli spinelli con la sinistra, devo attaccare una cartina in su ed incrociare l’altra…Ecco! Versami un bicchiere di vino per farmi venire l’ispirazione, grazie», e fa un gran sorso di Sangre de Toro, «è buonissimo, altroché! Ho proprio l’impressione che ci divertiremo stasera». 
«Come sempre la notte di San Giovanni». 
«Io ancora di più», dice Sofía, «perché, anche se non voglio, inalerò tutti i vapori che emanerà l’acquavite mentre brucia; se poi aggiungiamo che non mi esimerò dal bere…». 
«Tu non esagerare, che poi finisci a carponi». 
«Senti chi parla! Perlomeno io ricordo quello che ho fatto anche se sono ubriaca, non come altri, Luís caro. Tranquillo che reggo. Prendi, accendi il sifone e non ci mettere una vita che siamo in quattro a fumare. Bene, un altro bicchiere. Possiamo mangiare qualcosa, no? Altrimenti tutta quest’alcol ci farà male. Che ne dici, Teresa?». 
«Ok, andiamo in cucina. Torniamo subito per lo spinello».  
«Vuoi ascoltare qualcosa in particolare, Sofía?». 
«Metti la cassetta di Siniestro Total, la trovi nella mia giacca di jeans», rispondono dalla stanza accanto.  
Passo il sifone a Ricardo e vado a vedere cosa preparano da mangiare. Le trovo l’una di fronte all’altra al tavolo a tagliare asparagi selvatici:  
«Ci metteremo meno di un’oretta, vedrai: piatto di asparagi selvatici con costolette di maiale. E lo spinello?», dice Teresa.  
«Ora ve lo do, ce l’ha Ricardo».  
«Wow, guardate cosa ho trovato! Due trip dentro la copertina di “The Wall” avvolti in una carta con una dedica all’interno!».  
«Porca miseria! Non me li ricordavo! Me li regalò Super, il tipo che ogni tanto mi fa favori, per il mio compleanno. Ora mi viene in mente che non ce li prendemmo perché eravamo così distrutti che farci anche quelli sarebbe stato una cretinata. Figata! Li tagliamo in quattro e quando finiamo con la queimada ce li prendiamo per star su tutta la notte o quanto dureremo, insomma. Certo che sì! Passami la canna», dice Teresa.  
«Bisogna festeggiare accendendoci un altro sifone», dice Sofia fregandosi le mani mentre va in sala, «in più, adesso mi verso un cicchetto di pacharán. Qualcuno lo vuole?» 
«Tutti lo vogliamo». 
E quindi ci mettemmo a bere pacharán e parlare di quanto ci saremmo divertiti quella sera, finché non si finì di preparare da mangiare. Cenammo rapidamente ed in silenzio; io e Ricardo poi andammo in cucina a preparare dei bicchierini di caffè e rum. Suonano al citofono: sono Paul e Irene che portano altre due bottiglie di orujo. Lascio la porta socchiusa e sentiamo risate salire su per le scale:  
«Ma che tonfo idiota, bello! Ah ah ah ah!» 
«C’ho il culo a purè», dice Paul, «Ahi, che cavolo, non mi potrò sedere stasera! Ciao a tutti!» 
«Sei caduto come al solito?», chiede Ricardo.  
«Da film comico questo qui!», dice Irene. «Stavamo… ah ah ah… scendendo dalle scale della metro quando … c’è da morire… va a cadere per terra di culo e…ha sceso così tutte le scale del Noviciado! Piangevo dalle risate, davvero!». 
«Dai, beviti un bicchiere», dice Teresa.  
«Dovrei bermi una cisterna di rum per potermi dimenticare di tutto quello che mi fa male. Succede solo a me, attraggo le cadute idiote come una calamita».  
«Ma siediti, dai!», dice Sofía.  
«Molto carina, la ragazza! Va beh, ok: guarda se mi dovete prendere in giro tutta la serata! Basta così, cazzo, ragazzi!», risponde Paul, cominciando ad arrabbiarsi.  
«Non ti infastidire, bello; è che sei il colmo delle disavventure. Prenditi un altro pacharán e dimenticati alla grande di questa storia», dice Sofía conciliante, «stavamo per andare in Plaza de Lara per preparare la queimada, ci avete trovato a casa per un pelo».  
«Non la facciamo qui? Così ci avevano detto Teresa e Ricardo», dice Irene.  
«Ma no!» 
«E poi, ci siamo dati appuntamento con qualche amico in piazza da mezzanotte in poi. I gitani lì si spruzzeranno acqua addosso per festeggiare l’arrivo dell’estate e poi andranno al falò. Un paio d’anni fa ne preparammo uno fighissimo: bevvero finanche polizia e metronotte che passavano di là, cantammo e battemmo le mani a suon di musica fino alle sei del mattino».  
«Una figata davvero!», risponde Luís.  
«Andiamo», dice Sofía impaziente, «io mi occupo di portare l’acquavite, Ricardo la ciotola di terracotta e Teresa lo zucchero, i limoni e le mele».  
«Portiamo anche il registratore e qualche cassetta?». 
«Non credo, finiscono per essere un ingombro», dice Irene.  
«Aspettate, dobbiamo dividerci i trip. Ricardo, portati il coltellino e lo specchietto che trovi sul radiatore in cucina. Ognuno se lo cala quando gli va. Siccome ce ne sono solo due, devo tagliare ciascuno in tre parti; speriamo che siano buoni e che ci diano un sacco di allucinazioni. Tieni, Irene, passatevi lo specchietto e che ognuno prenda il suo pezzetto. Io me lo calo adesso, così quando preparo la queimada strippo di brutto», dice Sofía.  
«Andiamo, Teresa chiudi a chiave», dice Ricardo.  

LA POLIZIA SENZA PISTE NEL CASO DEI GIOVANI SCOMPARSI A CHUECA. 
Madrid, 2 luglio. – Sono passate due settimane da quando i vicini di Lavapiés e Malasaña hanno visto per l’ultima volta Ricardo e Teresa García Olavide, residenti in via Lavapiés, sita nel quartiere omonimo, e Luís Barros Sánchez e Sofía Castro Souto, originari di La Coruña e residenti in via Jesús del Valle, sita nel quartiere Malasaña. 
Un conoscente dei fratelli García Olavide, J. R. M., dice di averli visti uscire verso mezzanotte portando con sé diversi borsoni. La polizia prosegue le investigazioni in zona, sebbene il risultato dei suoi sforzi sia stato nullo finora. I più vicini ai quattro giovani hanno dichiarato di non aver più saputo nulla di loro dal giorno della festa di San Giovanni. 
Il commissario Soler, a capo delle investigazioni, chiede la collaborazione dei vicini e di tutti coloro che li abbiano visti o possano apportare informazioni che aiutino a risolvere il mistero. Questi i numeri per mettersi in contatto con la polizia: 642-59-35  oppure 091

È una notte incredibile, senza nuvole, corre solo una brezza leggera. I bar sono colmi di gente, i bambini giocano sui marciapiedi e per i banchi della Plaza di Lavapiés si bevono bottiglie di birra da litro e si fumano spinelli, si sente una canzone de Los Nikis, al centro qualcuno ha acceso un falò. Giriamo a destra in direzione Sombrerete, alla fine della strada si vede un nugolo di gente: è il Y Punto, rock and roll e heavy metal, aperto tutti i giorni fino alle sei del mattino, pienissimo di gente i fine settimana. Nella Corrala, ragazzi e ragazze gitani corrono da una parte all’altra con bottiglie di plastica, cubetti e persino le mani grondanti di acqua, bagnandosi l’un l’altra; la maggior parte son zuppi. Grida, risate, “attenzione che vi bagnate”, ci avverte un ragazzo che non avrà più di dodici anni. In Plaza de Lara troviamo la stessa scena: da un lato le mamme e le sorelle troppo grandi per questi giochi osservano come si divertono i ragazzi. Entriamo in quello che sarà stato il cortile di un vecchio orfanotrofio, bisogna scendere giù per qualche gradino. È un punto in cui quattro o cinque macchine hanno parcheggiato di fronte alla piccola scalinata, visto che in questo modo, se arriva qualche macchina della polizia municipale o qualche volante della polizia da Mesón de Paredes, non saranno in grado di vederci.  
Mentre Sofía comincia a preparare tutto il necessario per fare la queimada, andiamo a cercare legna per il falò con tutti gli altri:  
«La prima ronda sarà quasi pronta per quando tornerete. Vediamo se viene qualcuno di quelli che ho avvisato», dice.  
«Spero che avremo la fortuna dell’anno scorso, quando trovammo per caso due contenitori pieni di legna», indica Ricardo.  

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viernes, 30 de noviembre de 2018

Arcana Rubris de Ugo Nasi - Primeras páginas

“No eran muchos los que conocían el pasadizo secreto que partía de
La Verruca. Se murmuraba, se decía, alguno afirmaba que llegaba hasta Pisa, descendiendo por debajo del monte y recorriendo la llanura, hasta la Fortezza di Levante. Se encontraba cerca de un puente que se llamaba precisamente de la Fortezza.
Otros, en cambio, difundían el rumor de que el pasadizo unía La Verruca con la Roca de Caprona. Yo sabía que esto formaba parte de las leyendas que circulaban sobre La Verruca, pero dejaba que la plebe lo creyese, de esta manera mantendría en secreto el auténtico túnel.
Lo había hecho excavar, con mucha dificultad, por mis soldados para llegar sin ser molestado a Nicosia y se abría en el espeso bosque, arriba del convento, donde las rocas surgen en las laderas del monte: servía para que saliesen los mensajeros o para que entrasen en La Verruca eventuales refuerzos, y de esta manera no ser vistos por los enemigos que asediaban los muros. Los soldados que lo habían excavado, casi todos muertos, por enfermedad o por la guerra, o ya ancianos, para esconder el pasadizo del castillo habían apoyado en la entrada una gruesa roca rectangular.
Durante el largo tiempo que había estado allí como comandante había acumulado una auténtica fortuna y, para mantenerla escondida al resto de la tropa, la había enterrado en el fondo de la galería, en una de las grutas existentes.
Cuando las cosas empeoraron y comprendí que no se podía hacer nada contra el enemigo sólo pensé en poner a salvo la piel.
Junto con los pocos soldados que habían quedado con vida apartamos la roca que obstruía el pasadizo… y después, abajo, más abajo, lo más rápido posible. Por desgracia las tropas florentinas, mientras tanto, habían penetrado en la roca y, dándose cuenta de la galería, se habían puesto a seguirnos como lobos hambrientos. Agotados, pronto fuimos presa del enemigo, que nos alcanzó casi al final del pasadizo y nos traspasaron con las espadas.
Nadie, durante siglos, ha sabido de este tesoro.
Pero algunos años atrás, en Montemagno, se decía que alguien, que estaba deambulando entre las rocas que desde la Verruca descienden hasta Nicosia, había encontrado un tesoro y algunas armaduras.
Nunca se supo quién fue el afortunado, que incluso consiguió él mismo mantener escondido su secreto. ”

Texto extraído de la “Leyenda del tesoro del castillo de La Verruca.”
Convento de San Agustín en Nicosia (Pisa.)

Prólogo

Certaldo – Palacio  Pretorio – 6 de agosto de 2012

La joven francesa se mantuvo en precario equilibrio sobre la escalera de madera propiedad de la Sopraintendenza alle Belle Arti, apoyada en las tejas del techo de la galería. El mono blanco que vestía también era propiedad del organismo del Estado. Estaba a una considerable altura del suelo. Pero no tenía miedo. O mejor dicho, lo habría tenido si se hubiese encontrado allí por casualidad. En aquel momento, sin embargo, estaba demasiado concentrada en el trabajo para permitirse el lujo de sufrir vértigo. Por lo tanto no era el momento de tener un mareo por culpa de la altura. No era el momento adecuado.  Y además estaba sólidamente asegurada con un arnés a los andamios puestos a su disposición por la Facultad Universitaria de Siena para la consolidación y la restauración de aquellas reliquias alto medievales que se remontaban a mucho antes del año mil: el Palacio Pretorio de Certaldo.
A pesar de sus veinticinco años en aquel momento parecía una niña, o quizás una muchachita, que todavía se sorprende al jugar con muñecas. Mientras su lengua lamía el labio superior  blandía una pequeña espátula de fibra de vidrio, de color azul, concentrada en la operación que el profesor había reservado para ella: el refuerzo en las paredes, con yeso de fijación rápida de color sepia claro, de un azulejo que se encontraba allí desde hacía más de mil años, realizado a finales del siglo X.
El bajorrelieve, de sesenta centímetros por sesenta, contaba la vida de Benedetto V, en concreto su exilio a Hamburgo, y, después, el traslado de sus restos mortales, en el año 999, por orden del Emperador Otón III. Y a continuación dos emblemas heráldicos, probablemente del siglo XIV.
Cerca del bajorrelieve de travertino, un azulejo de las mismas dimensiones, deteriorado debido a los agentes atmosféricos en donde, sin embargo, todavía se percibían dos figuras: un hombre y una mujer en el acto de bendecir, o señalar algo, con una mano.
Al lado, más abajo, aparecían todavía, si bien pulidas por el tiempo, dos palabras, como si fuesen el título de una película o de una novela.
El profesor universitario que llevaba sobre la cabeza un ridículo Panamá para defenderse de los penetrantes rayos solares de esa hora, escuchó distraído, ya que estaba empeñado en transcribir en un registro del ateneo las actividades desarrolladas en el último día de trabajo.
Detrás de un viejo plátano, que refrescaba la antigua plaza cegada por aquel sol feroz, una figura retrocedió volviendo discretamente a la sombra.
La muchacha retomó las operaciones de acabado del objeto de travertino, una actividad que le apasionaba.
Atraída por la curiosidad acercó la cabeza con la espesa cabellera rubia recogida con un lazo azul entrecerrando los ojos, casi como queriendo explorar aquella grieta.
Sintió una tétrica sensación que no era compatible con aquel luminoso día.
Como si más allá de la pequeña cavidad, en la oscuridad, una presencia sobrenatural espiase cada uno de sus movimientos. Pero era imposible ver nada allí dentro.
Casi como si se tratase de un abismo inexplorado, o un pequeño “agujero negro” formado de antimateria que absorbiese toda la energía externa.
Desde detrás de la baldosa del bajorrelieve, en la más profunda oscuridad, la poca luz del sol que se filtraba desde fuera en aquella pequeña y sombría caverna, fue enturbiada casi por completo, como una especie de eclipse, por los iris azules de la joven, que ahora se movía rápidamente a no más cinco centímetros del agujero, escrutando el interior del minúsculo espacio desconocido.


El Escritor de Danilo Clementoni - Primer capítulo

Astronave Theos – La evacuación

«¡Abandonad la nave!» exclamó Azakis desesperado.
La orden perentoria del comandante se difundió al mismo tiempo en todos los niveles de la Theos. Los pocos miembros de la tripulación, después de una pequeña vacilación inicial, siguieron automáticamente el procedimiento de evacuación que habían entrenado tantas veces durante las simulaciones de emergencia.
«Ochenta segundos para la autodestrucción» anunció de nuevo la cálida y tranquila voz femenina del sistema central.
«¡Ánimo, Zak!» gritó Petri. «No nos queda mucho tiempo, debemos largarnos.»
«¿Pero no podemos hacer nada para interrumpir la secuencia?» replicó Azakis, incrédulo.
«Por desgracia no, amigo mío. De otro modo ya lo habría hecho, ¿tú qué crees?»
«Pero no es posible» dijo el comandante mientras era arrastrado por un brazo por su compañero de aventuras, en dirección al módulo de comunicación interno número tres.
«En realidad, se podría incluso intentar interrumpir de manera manual el procedimiento pero necesitaríamos, por lo menos, treinta minutos y nosotros, tenemos, más o menos, uno.»
«Espera, párate» exclamó entonces Azakis liberándose con un tirón del fuerte agarre del amigo. «No podemos dejar que explote aquí. La ola de energía que generará la deflagración llegaría a la tierra en pocos minutos y la parte visible del planeta sería embestida por una onda de impacto gigantesca que destruiría todo lo que encontrase a su paso.»
«Ya he preparado el control remoto de la Theos desde la nave espacial. La desviaremos cuando hayamos subido, siempre que te des prisa» le gritó Petri mientras aferraba de nuevo el brazo del amigo y lo arrastraba a la fuerza en dirección al módulo.
«Sesenta segundos para la autodestrucción.»
«¿A dónde la quieres desviar?» continuó Azakis mientras la escotilla del módulo de comunicación interno se abría en el puente de la nave espacial en el nivel seis. «No será suficiente un minuto para conseguir que alcance una distancia tal que...»
«¿Quieres dejar de parlotear?» lo interrumpió Petri. «Cierra el pico y siéntate allí. Yo me encargo.»
Azakis, sin decir nada más, obedeció la orden y tomó asiento en la butaca gris al lado de la consola central. De la misma manera que había hecho ya decenas de veces en situaciones igualmente peligrosas, decidió fiarse completamente de la capacidad y experiencia de su compañero. Mientras Petri trasteaba febrilmente con una serie de hologramas tridimensionales de simulación, pensó en controlar el resultado de la evacuación del resto de la tripulación, contactando de manera simultánea con cada uno de los pilotos. En pocos segundos todos confirmaron la reciente separación de las naves espaciales de la nave nodriza. Estaban alejándose rápidamente. El comandante dejó escapar un hondo suspiro de alivio y volvió a prestar su atención a las maniobras de su amigo.
«Treinta segundos para la autodestrucción.»
«Estamos fuera» exclamó Petri. «Ahora desvío la Theos
«¿Qué puedo hacer para ayudarte?»
«Nada, no te preocupes. Estás en buenas manos» y le guiñó el ojo derecho, así como le habían enseñado a hacer sus amigos terrestres. «Pondré la nave detrás de la luna. Desde allí no podrá hacer daño.»
«¡Maldita sea!» exclamó Azakis. «No lo había pensado.»
«Por eso estoy aquí, ¿no?»
«La onda expansiva se romperá sobre el satélite, el cual asorberá toda la energía. Eres un fenómeno, amigo mío»
«Y no producirá ningún daño en la luna» continuó Petri. «Allí no hay nada más que rocas y cráteres.»
«Diez segundos para la autodestrucción.»
«Estoy a punto...» dijo Petri con un hilo de voz.
«Tres... Dos... Uno.»
«¡Hecho! La Theos está en posición.»

Justo en ese momento, en la cara oculta de la luna, en las coordenadas, en grados decimales, 24,446471 de latitud y 152,171308 de longitud, en el mismo lugar de aquello que los terrestres habían llamado el cráter Komarov, tuvo lugar un extraño movimiento telúrico. Sobre la superficie árida y accidentada del cráter, como si una enorme hoja de espada, invisible se hubiese clavado repentinamente, se abrió una gruesa y profunda hendidura de márgenes perfectos. Inmediatamente después, como si hubiese sido disparado desde el fondo del cráter, un extraño objeto de forma ovalada saltó hacia afuera a una velocidad increíble y se dirigió hacia el espacio, con una trayectoria aproximada de treinta grados de inclinación respecto a la perpendicular. El objeto permaneció visible solo unos pocos segundos antes de desaparecer definitivamente en un fogonazo de luz azulada.

Sobre la nave espacial, desde la apertura elíptica que permitía la visión del exterior, un resplandor cegador iluminó el negro y frío espacio exterior, inundando el interior de la nave con una luz casi irreal.
«Amigo mío, ¿qué te parece si nos vamos de aquí?» sugirió Azakis preocupadísimo, mientras observaba la ola de energía que se expandía y acercaba rápidamente hacia su posición.
«¡Seguidme!» gritó Petri en el comunicador dirigiéndose a los pilotos de las otras naves espaciales. A continuación, sin añadir nada más, maniobró con su propio medio de transporte y lo puso a cubierto rápidamente detrás de la cara de la luna que siempre mira hacia la tierra. «Agárrate con fuerza» añadió, mientras se aferraba firmemente a los apoyabrazos de la butaca del puente de mando sobre la que estaba sentado.
Esperaron, en silencio absoluto, el paso de interminables segundos, con la mirada fija en la pantalla central, esperando que el desplazamiento repentino de la Theos hubiese conseguido evitar una catástrofe sobre la tierra.
«La onda de energía se está dispersando en el espacio» dijo tranquilamente Petri. Hizo una breve pausa, a continuación, después de haber verificado toda una serie de incomprensibles mensajes aparecidos en los hologramas que estaban enfrente de él, añadió «La luna ha absorbido perfectamente la parte que iba directamente hacia el planeta.»
«Beh, creo que has hecho un buen trabajo, amigo mío» comentó Azakis después de haber vuelto a respirar.
«La única que ha salido perdiendo ha sido la pobre luna. Ha recibido un buen golpe.»
«Piensa en lo que podría haber ocurrido si la onda hubiese llegado a la tierra.»
«Habría quemado medio planeta»
«¿Estáis todos bien?» se apresuró a preguntar Azakis, mediante el comunicador, a los otros pilotos que, siguiendo las maniobras de Petri, habían puesto también las propias naves espaciales al amparo del satélite. Respuestas reconfortantes llegaron una tras otra y, después de que el último comandante hubiese confirmado tanto las perfectas condiciones de la tripulación como de la nave, se dejó caer sobre el respaldo de la butaca y dejó escapar todo el aire que tenía en los pulmones.
«Todo ha salido bien» comentó Petri satisfecho.
«Sí, pero ¿ahora qué hacemos? La Theos ha dejado de existir. ¿Cómo volvemos a casa?»