sábado, 18 de abril de 2020

Il compleanno della nonna

Il compleanno della nonna

Nino e la sua famiglia arrivano a casa domenica sera. Sono molto stanchi. Il fine settimana con i loro parenti è stato veramente una pazzìa. Donatella, sua moglie, ha portato Sofia, sua figlia, in camera da letto mentre Nino riposa un po’ sul divano.
Mentre osserva sua moglie Nino ricorda i due giorni che sono stati con le rispettive famiglie.
Venerdì
Nino è avvocato dello stato, lavora in un ufficio insieme a due colleghi. Sua moglie, Donatella, è commessa in una libreria che questo mese di luglio è chiusa per vacanza. Sofia, sua figlia, ha finito le lezioni. Quindi, tutta la famiglia è in vacanza.
Oggi loro si sono svegliati molto presto. Questo sabato è il compleanno della nonna di Nino, Alessandra, che farà cent’anni. Donatella ha preparato le valigie giovedì sera e mentre lei fa la colazione per la famiglia Nino esce di casa per metterle nel bagagliaio. Quando ritorna a casa la tavola è già apparecchiata: caffè latte, toast, marmellata di fragole, spremuta d’arancia, succo di pesche e burro.
Dopo la colazione Nino aiuta sua moglie a lavare i piatti ed i bicchieri. Tutti escono subito di casa. Sono le sei del mattino, Venezia è vuota. Nino è abituato a svegliarsi prima delle cinque del mattino, anche se lui vive a Venezia, lavora a Torino dal lunedì al venerdì. Tutti i giorni va da Venezia a Torino, e da Torino a Venezia. E così tutte le settimane di ogni anno da dieci anni. Sempre lo stesso tragitto.
Dopo un viaggio molto lungo arrivano a un paesino vicino al lago d’Iseo. Ancora devono arrivare a casa della nonna, nei dintorni del lago. Sono le diciotto e di fronte alla casa ci sono quattro automobili. Con loro non manca più nessuno.
La casa della nonna è molto grande, è a tre piani e con una grande terrazza al terzo piano. È un dono del capo di Alessandra, un uomo molto ricco il quale lei ha assistito per molti anni, visto che la nonna da giovane faceva l’infermiera. Qui vive con suo marito, Gino Pavese, giardiniere nella casa di don Giuseppe, il capo della nonna, e Anna, la sorella di Nino, che lavora come veterinaria del paese soltanto il pomeriggio, dalle quindici alle venti o ventuno. La mattina, pulisce la casa, fa la colazione e il pranzo con l’aiuto di una donna di servizio, Valentina, che vive nel paese e arriva a casa di Alessandra dal lunedì al venerdì presto ed esce dopo aver pranzato con la famiglia.
Nino ha parcheggiato l’automobile accanto a una macchina targata Firenze, proprietà delle sorelle di Donatella, Francesca e Licia Fibonacci, che sono falegnami e gemelle. Le altre automobili sono targate Bologna, Torino e Napoli. L’auto torinese è dei genitori di Nino, Pietro Pavese e sua moglie Carla. I genitori di Nino sono una coppia molto strana: la mamma lavora come professoressa di Etica all’Università di Torino, e il padre, già pensionato, da giovane è stato borseggiatore fino ai cinquantacinque anni, adesso ha una ditta di sicurezza. È stato il miglior borseggiatore di Torino e non è stato mai in  carcere. L’auto napoletana è del fratello di Nino, Paolo, sposato con Chiara. Lui lavora come giardiniere e sua moglie è vigile urbano. Hanno tre figli: Carla, Alessandra e Paolo. L’auto bolognese è sconosciuta.
Nino è uscito dall’automobile, ha aperto il bagagliaio e ha preso le valigie. Nel frattempo tre bambini, due ragazze e un ragazzo, sono usciti dalla casa. Son i nipoti di Nino, i figli di suo fratello Paolo: Carla, Alessandra e Paolo. Carla ha nove anni, indossa un paio de jeans, una maglia azzurra, una giacca bianca e dei sandali di pelle; Alessandra ha sette anni, veste una gonna corta rossa a righe bianche, una maglietta a girocolo gialla e le scarpe da ginnastica rosse; Paolo ha undici anni, gli stessi di Carla, indossa un paio di jeans, una camicia bianca e un paio di scarpe di pelle nere.
Nino e Donatella osservano Chiara e Paolo, i genitori dei loro nipotini. Chiara, sua cognata, in tenuta elegante e delle scarpe con i tacchi alti, con i capelli biondi molto lunghi, ha trentacinque anni, suo marito, Paolo, è più giovane di Nino, ha la stessa età di Chiara. Lui veste dei pantaloni neri di cotone neri, una camicia grigia e i sandali di pelle dello stesso colore. Chiara lavora come vigile urbano e Paolo come giardiniere. Vengono da Napoli.
Nino e Donatella portano le valigie fino alla porta mentre Sofia e i suoi cugini chiacchierano. Appena sono arrivati sono usciti di casa Anna, la sorella di Nino; Pietro e Carla, i loro genitori, Francesca e Licia, le sorelle gemele di Donatella, vicino a loro ecco due uomini, anche loro gemelli; Pierpaolo, il fratello di Donatella, e i loro genitori, Andrea e Sofia Pavese.
Sembra una foto di famiglia. Ma, quando, alla fine, Nino ha lasciato le valigie per terra, prima dell’inizio delle scale, la foto è scombinata da una moltitudine di baci e abbracci ai nuovi arrivati. Tutti sono contenti di vederli e sentirli.
All’improvviso, una voce di anziano, però forte e autoritaria, risuona dietro di essi. Allo stesso modo che il mar Rosso, tutti hanno aperto un cammino per permettere alla nonna di scendere di casa a baciare il suo nipotino più grande.
Mentre Alessandra e Gino scendono pian pianino, ( lei ha novantanove anni e lui centuno), Nino li osserva: la nonna indossa una gonna lunga nera e una camicia bianca a righe nere, i suoi capelli, bianchi come la neve, sono pettinati con una crocchia, nella sua mano destra, un bastone; vicino a lei, suo marito, Gino. È più alto di lei, in tenuta elegante ma sportiva sembra un uomo di vecchio stampo.
Ma, che cosa dici?, gridono tutti protestando e circondando Alessandra.
Le parole di sua nuora fanno ridere Alessandra.
D’un tratto sentono una voce rauca dietro di loro che chiama a cenare. È Valentina, la donna di servizo, che oggi è rimasta a casa per aiutare Anna a cucinare. Sono venti persone e Anna da sola non può fare da mangiare per tanta gente. Tutti si girano e salgono le scale,  dietro la nonna e suo marito. Sembrano il re e la regina di un piccolo paese, con i loro cortigiani andando dietro a loro, a coppie.
Nino pensa che l’ingresso è molto bello, lì ci sono delle cose molto antiche: a destra un attaccapanni di legno nero, forse d’ebano; anche una cassa con dentro un ammasso di pantofole, di diverse dimensioni, vicino alla cassa un’altra cassa, o meglio una cassetta, senza niente. Tutti, dalla nonna al bambino più piccolo, si tolgono le scarpe e s’infilano le pantofole. Alla nonna non piace che si vada per casa con le scarpe.
Alla sinistra della porta c’è un armadio, dello stesso legno nero dell’attaccapanni, con molti disegni strani sulle sue ante; accanto all’armadio un’altra porta. Lì c’è la sala da pranzo dove c’è una grande tavola rettangolare per venti commensali. Ad Alessandra piace molto guardare la TV mentre mangia, quindi ci sono due televisori: nell’angolo sinistro, fra due finestre, e un altro all’angolo destro, all’accesso della sala. Insomma, tutti possono guardare la TV.
La famiglia è ancora nell’ingresso e sta parlando e parlando. La donna di servizo, è uscita dalla cucina, una stanza molto grande alla destra del portone, con un piatto piano da portata con diversi affettati: pollo ripieno, prosciutto, mortadella, salame, ...
La cena è stata molto buona, con piatti di pasta, pizze frutti di mare e miciona. Alessandra è una donna all’antica, quindi le donne sono andate in cucina mentre gli uomini sono rimasti nel soggiorno.
Gino, nella sua poltrona preferita, accanto alla finestra da dove può vedere il giardino, comincia a parlare.
Il fratello di Nino si alza dalla poltrona che è vicino alla porta del corridoio, e va fino a un armadio accanto alla finestra, apre le ante e prende otto bicchieri e la bottiglia di Amaretto, li porta in tavola che è di fronte al divano; e poi, versa dell’Amareto a tutti.
Nel frattempo, nella cucina, le donne della famiglia, insieme ai bambini, si sono sedute intorno alla enorme tavola che c’è lì; tutte meno la nonna che è di fronte a una vecchia cucina a legna aspettando che l’acqua finisca di bollire. Lei fa il caffè come cinquant’anni fa. Anna affetta una crostata alla Nutella e alle noci su un piccolo tagliere alla destra della nonna. Alla sua sinistra Valentina ordina i bicchieri che Carla prende dall’armadio vicino alla porta della dispensa, una stanza molto grande dove Alessandra ha un sacco di cibi. Carla osserva se lì ci sono tutte le cose di cui hanno bisogno il giorno dopo per festeggiare il compleanno della nonna: le uova, il burro, la farina, l’olio, l’aceto balsamico, lo zucchero, le pesche, i pomodori, le cipolle, gli spicchi d’aglio, le melanzane, ... mancano solo la carne macinata, i funghi, qualche fragola e la panna. Carla scrive tutti gli ingredienti in un piccolo quaderno che è appeso alla porta della dispensa. Quando lei ha finito di scrivere, prende il foglio e lo mette nella tasca della sua vestaglia. Dopo, esce dalla dispensa. Manca soltanto lei intorno alla tavola.
Valentina, dopo aver mangiato un pezzo di crostata e bevuto una tazzina di caffè, esce dalla casa. Nel suo piccolo appartamento ci sono molte cose che deve ancora fare.
Tutte le donne si sono alzate: Chiara porta i suoi figli in camera, al secondo piano, mentre  le altre donne, insieme a Sofia, aiutano Alessandra: Donatella lava il servizio di porcellana, i cucchiaini, le forchette e i coltelli, sua figlia sciacqua il tutto, Francesca li prende e li mette nel mobile che c’è vicino alla dispensa. L’altra gemella, Licia, raccoglie e piega la tovaglia e la mette nell’armadio dei bicchieri, in un ripiano sotto le tazzine; Anna e Alessandra mettono in ordine le sedie. Quando arriva Chiara deve essere pulito soltanto il pavimento.
Alle undici la casa è finalmente in silenzio.
Al secondo piano, ci sono diverse camere da letto e due sanze da bagno, le gemelle hanno la loro camera di fronte alla camera dei loro fidanzati e alla destra della camera della nonna. Alessandra è una donna molto tradizionale e i fidanzati dormono in camere diverse. Le gemelle stanno per addormentarsi quando improvvisamente ascoltano parlare Stefano e Luigi, si alzano e vanno a vedere che cosa dicono.
Le gemelle, che hanno ascoltato tutta la conversazione, sono preoccupate per le parole di Luigi. Se l’ispettore rivela il segreto di Pietro... può succedere un casino. C’è un problema. Licia e Francesca non sanno che fare: uscire dalla loro camera e parlarne con Donatella o rimanere lì e aspettare ad ascoltare il resto della conversazione. Ma i loro fidanzati non parlano più. Adesso tutta la casa è silenziosa e le gemelle decidono di aspettare la mattina.

Sabato
Nino si è svegliato alle dieci. Donatella non c’è. Non si è accorto di niente. Ha dormito della grossa. Si alza, infila le pantofole ed esce dalla stanza. Tutto il piano è in silenzio. Entra nel bagno. Il suo abbigliamento è sulla lavatrice. Dopo pochi minuti scende le scale. Nella cucina ci sono tutti. Sulla tavola ci sono il latte caldo, il caffè, la marmellata di fragole, burro e spremuta d’arance. Ognuno al suo posto fa colazione.
Nino si avvicina, la bacia e si sedie. Alessandra, mentre loro finiscono di mangiare, come sempre, comincia a lavare piatti e bicchieri man mano che loro glieli portano. Dopo dieci minuti, soltanto Nino e la nonna rimagono nella casa. I bambini escono di casa e giocano nel giardino. Carla e Sofia aiutano Alessandra con la pulizia della cucina, poco dopo le due donne spazzano il pavimento della sala da pranzo e il soggiorno mentre Alessandra pulisce un sacco di ricordini e pensierini che sono sui televisori ed anche sull’armadio del soggiorno dove il marito di Alessandra ripone le bevande che gli piacciono.
Anche Chiara, Donatella e Sofia rimangono in casa per aiutare a pulire le camere da letto.
Anna e le gemelle escono per fare la spesa. Pietro, Andrea, Paolo, il fratello di Donatella, Pierpaolo e i fidanzati di Licia e Francesca li accompagnano. Loro faranno una passeggiata per il paese mentre le donne comprano tutto il necessario per cucinare il pranzo speciale per celebrare il compleanno di Alessandra.
Nella macelleria Francesca e Anna fanno la fila mentre Licia compra i funghi e le fragole in un negozio all’angolo.
Con poche parole Francesca racconta ad Anna di cosa hanno parlato Stefano e Luigi.
Appena sono uscite dal negozio del macellaio compare davanti a loro Licia carica di funghi, fragole, pomodori, cipolle, carote e sedano.
Alle undici tutti sono già a casa. Mentre le donne cominciano a preparare il pranzo gli uomini, nel terzo piano, giocano a bilardo e parlano.
La figlia di Donatella prende una cipolla dalla dispensa e poi un coltello. Con queste cose arriva alla tavola dove c’è un posto adatto per tagliare qualsiasi cosa. È una brava ragazza a cui piace cucinare.
Intanto, Anna ha preso i pomodori. In una casseruola l’acqua bolle e dopo aver fatto dei tagli ai pomodori ce li mette dentro. Sono pomodori del suo orto, grandi e rossi.
La cucina, anche se grande, diventa piccola con le donne che stanno lavorando e andando di qua e di là. Gridano e ridono mentre lavorano. È un bel giorno di festa e tutto è a posto per festeggiare con la nonna. Però il tritacarne si guasta e allo stesso tempo, sulla moderna cucina, l’acqua non bolle più.
E poi gli uomini guardano cosa è successo. Ma nessuno può spiegare perché non c’è la luce dato che tutto è a posto. Anna ritorna in cucina. Il tirtacarne continua a non funzionare e inoltre anche  l’acqua è andata via.
I gemelli, senza fare parola, escono dalla cucina. Certo che non dimenticheranno mai questa giornata. Né loro, né nessuno di quelli che si trovano in casa della nonna per festeggiare il suo compleanno.
Per quasi tre ore tutti hanno lavorato come matti: la nonna non gli ha dato un attimo di respiro fino a che non hanno finito di cucinare il pranzo. Tutti hanno lavorato molto, meno Gino e Pietro che sono stati a consigliare Luigi e Stefano sul modo migliore di tagliare la legna e che sono riusciti a far venire il mal di testa ai gemelli

La festa è stata un successone: hanno mangiato, hanno bevuto, hanno brindato, hanno cantato e hanno ballato. La nonna, coraggiosa, ne ha combinata una delle sue e ha ballato con tutti dei balli della sua gioventù. È stata una bella serata e un bel fine settimana... ma molto stancante.

viernes, 17 de abril de 2020

Extravagancia Mortal, quinta parte

6. Hechos tenebrosos salen a la luz
Aunque estaba ansioso porque su padre terminara, llevaba cerca de veinte días encerrado saliendo sólo para avituallarse de bocadillos, sabía que cuando concluyese habría hecho un trabajo minucioso y exacto, era muy lento pero no dudaba de la competencia de su progenitor. Desde el día del descubrimiento los dos amigos se habían visto unas cuantas veces, habían salido los fines de semana a tomar algunas copas y Eduardo de vez en cuando lo visitaba en su tienda, incluso compró alguna que otra cosa para un compromiso; de las estufas habían hablado poco y desde aquella famosa noche no habían vuelto por la casa de Coristanco. Juan Alfonso prefería esperara a tener la traducción con él. Estaban a mediados del mes de junio, faltaba apenas cinco días para que entrase oficialmente el verano, no tenía muchas ganas de salir ese viernes, así que se quedó en su habitación escribiendo en su diario todas las impresiones de estos últimos días. Estaba tan absorto en su labor que no oyó que alguien abría la puerta.
-¡Ya está traducido!
-¡Vaya susto, papá! Te ha costado lo tuyo, ¿eh?, estoy deseando leerlo.
-Espera, dentro de unas horas lo tendré pasado a limpio, si te lo dejo ahora no vas a entender nada, ya sabes como es mi letra.
En casa lo llamábamos señor Doctor porque lo que mi padre plasmaba en el papel semejaban notas taquigráficas y no escritura.
Menos mal que tenía una velocidad mecanográfica bastante considerable; así que imaginé que, como mucho, dentro de unas cuatro o cinco horas, tendría en mi poder la traducción del manuscrito: no sabía si llamar a Eduardo o esperar al día siguiente. Seguí con mi tarea aunque ya no me lograba concentrar tanto como antes, vagando mi mente hacia las más extrañas y fantásticas conjeturas acerca del misterio que rodeaba a las estufas. Los gemelos estaban al tanto de que el diario había sido encontrado y que les sería devuelto pues, a pesar de que en el momento del descubrimiento las estufas eran mías, también era cierto que el diario era parte de su herencia familiar; yo me conformaba con la posesión de una copia del original y con la traducción. Había quedado en avisarlos tan pronto finalizase ésta y, no habiendo salido de su país nunca, vendrían hasta Coruña a por él y de paso harían algo de turismo por España, país que, según me dijeron, sólo conocían por referencias.
Cada dos por tres miraba el reloj, ahora que sabía que no tardaría en enterarse de la historia no podía contener sus nervios, y le resultaba prácticamente imposible ensimismarse con una de las cosas que más le fascinaban: escribir con aquella vieja pluma en su diario. Salió a dar una vuelta, caminó bastante tiempo por el paseo marítimo observando cómo la gente tomaba el sol en la playa; eran muy pocos pues todavía no hacía demasiado calor, y también se quedó un rato observando a los surfistas en el Orzán; no lograba relajarse pero el tiempo había pasado más rápido de lo que había supuesto, se dirigió de nuevo hacia su casa. Cuando llegó pensó que su padre debía de haber acabado pues no se escuchaba el sonido de su vieja máquina de escribir; lo encontró en la cocina tomándose un bocadillo de jamón asado con un vaso de ribeiro. Había acabado hacía cinco minutos y, observando que se había ido, le había dejado el montón de folios resultantes de su arduo trabajo de traducción encima de la mesa de su cuarto. Se alegraba de haber terminado pues, aunque le resultó muy interesante descifrar el peculiar documento, también le pareció bastante desasosegante lo que se contaba en él.
Extrañado por estas palabras Juan Alfonso subió rápidamente a su cuarto, allí, encima de la mesa, escritos a un espacio, había un montón de folios; los cogió, se echó encima de la cama y empezó a leer. Al principio no comprendió a qué se refería su padre, eran detalles técnicos sobre la construcción de las estufas y cómo habían sido un regalo de Otto Sturm a su bella esposa y a su hijo primogénito, nada fuera de lo corriente; en estas páginas poco más se decía que no supiera Juan Alfonso  por el relato que le había hecho Eduardo al principio de conocerse: el nombre de los artesanos, el tiempo que tardaron en fabricarlas, los materiales que utilizaron, las fórmulas de las pinturas y la generosidad de Otto al finalizar su trabajo. Pero cuando acabó de leer todo aquello empezó a barruntar por qué su padre se había expresado de esa manera. De repente el relato, eminentemente técnico, escrito de forma muy precisa, dio paso a palabras vacilantes y frases inconexas; los tres folios siguientes estaban llenos de expresiones del tipo tendría que contar la verdad, no puedo escribir lo que ha sucedido, es demasiado horrible, la maldición ha caído sobre mi familia, es una monstruosidad, y frases similares.
Juan Alfonso dejó a un lado todos aquellos folios. Aunque deseaba continuar con la lectura se sentía ligeramente fatigado, la manía de su padre de ahorrar papel le hacía escribir a un espacio y dejando apenas márgenes, no llevaba ni siete folios y ya le bailaban las letras delante de los ojos. Fue hacia la ventana y la abrió; todo el ruido de la circulación inundó la habitación, había un buen atasco en Juan Flórez y los conductores impacientes tocaban los cláxones. No aguantaba mucho tiempo ese ruido pero le ayudaba a apreciar la tranquilidad de su habitación en cuanto cerraba la ventana. Apenas soportó durante diez minutos aquel tráfago, cerró al ventana y echó las cortinas, volviendo a tumbarse en la cama para continuar con su lectura. No tardó en comprender el comentario de su padre y las vacilaciones de Otto. Era realmente horrible hasta donde había llegado la crueldad de Gunter:

“A veces dudo que sea hijo mío (escribía Otto): el castigo al enemigo, la tortura para sacarle información y ganar una guerra, la esclavitud de los vencidos. Todo es producto de la guerra y cualquiera en estos tiempos lo comprende, pero lo que él hace ... Incluso yo, que nunca he retrocedido ante el enemigo y he sido el primero en la batalla y en cercenar brazos y piernas en el ardor del combate, no entiendo este afán de Gunter de hacer daño sin razón. Lo que hizo el otro día al desventurado escanciador de vino, y todo por derramar una gota encima de sus ropas: lo quemó a trozos en la estufa, le fue cortando miembro a miembro y el pobre lanzaba unos gritos desgarradores, y ya cuando le había dejado sin brazos ni piernas y apenas quedaba vida en el pobre hombre, echó el resto al fuego.
Hace tiempo que mi poder se ha esfumado y que él y su cruel esposa son dueños de Taühausser, aún me tiene un cierto temor y por eso no se ha atrevido a acabar conmigo, pero ¿qué ocurrirá el día en que ese temor desaparezca? ¡Dios misericordioso! ¿Cuánto tendremos que aguantar todavía? Ninguno de los criados se atreve a cruzar con él ni una mirada, todos están cabizbajos y en silencio, tratando de pasar desapercibidos, temiendo ser el siguiente. Y la culpa la tiene Brígida, esa salvaje mujer suya, mi Gunter nunca había sido tan cruel, a partir de los esponsales con Brígida su carácter ha empezado a cambiar. Lo del otro día ... Eso para mí resulta incomprensible. Gracias a Dios ha partido hacia el Norte, a la casa de los padres de Brígida, y tendremos un poco de tranquilidad.
De pequeño ya tenía un carácter un tanto peculiar pero, cuando cogía las lagartijas y les quitaba la cola o partía a los gusanos por la mitad, pensaba en mi infancia y en cuántos niños habían hecho exactamente lo mismo; suelen ser estos juegos crueles fruto de la curiosidad más que de la mala fe. Pero ya entonces se reía y solazaba cuando veía cómo el pobre bicho se retorcía de dolor, tenía incluso una expresión de auténtica satisfacción cuando, partiendo poco a poco con su cuchillo, no el rabo de la lagartija, sino su cuerpo, observaba como el pobre animal luchaba por desasirse de sus manos. Yo pensaba es un crío, está jugando; de hecho, cuando empezó su educación como heredero de Taühausser parecía encarrilado a cazar y entrenarse para la guerra. Era fiero, pero era consciente de que esa furia le sería útil en el combate; se mostraba arrojado, valiente, a veces bastante temerario. Evidentemente era mi hijo y recordaba mi juventud y el orgullo de mi padre cuando maté mi primer ciervo o fui herido mientras me defendía de un enemigo superior la primera vez que me llevó con él a una guerra. Pero mi padre me enseñó que, aunque ante un enemigo la piedad es mala porque es tu vida o la de él la que está en juego, también me educó para que no me ensañara con los débiles y que a veces es preciso mostrarse un poco indulgente; pero este hijo mío no conoce el significado de semejante palabra. Hasta las faltas más nimias que podrían castigarse con unos simples azotes, él las interpreta como una falta de consideración hacia su honor y no siente remordimientos al aplicar un castigo desproporcionado. Desde que se casó su crueldad ha aumentado, esa mujer ha sido una mala influencia, atiende a todos sus consejos y sugerencias siempre que impliquen dolor, y ella disfruta tanto o más que él.”

Seguían dos o tres páginas más de consejos sobre cómo debía ser el carácter de un auténtico caballero y del comportamiento que debía adoptar con sus súbditos y allegados, con las mujeres y con el enemigo, con los pobres y con los ricos, en la guerra y en la paz, sobre la fidelidad y la valentía, y muchos temas que, aunque interesantes, no atraían tanto a Juan Alfonso, por el momento, como al historia de las crueldades de Gunter. Consultó el original para ver la letra del hombre que había sido el fundador de un linaje, le pareció bastante correcta y clara, aunque el alemán antiguo no lo entendía; su padre había tenido a bien poner unas serie de acotaciones para que pudiera comparar el original con la traducción, se dio cuenta por dónde iba leyendo y que poco faltaba para que aquella seguridad desapareciese y en su lugar surgiera una letra un tanto temblona y vacilante pero todavía escrita en el mismo tipo de papel. Siguió mirando el original hasta encontrar la acotación anterior, comparó con la traducción y siguió leyendo; se había saltado unas cuantas páginas que por ahora no le interesaban.
“He recibido un mensaje de Gunter anunciándome su inminente llegada, dentro de dos días estará de vuelta, pernoctarán durante ese tiempo en un pueblo distante diez leguas, me pide que le prepare una fiesta pues vienen con él unos invitados, primos de Brígida. Nada más enterarse de la noticia los criados han empezado a ponerse nerviosos, y no es para menos, es como si estos viajes al Norte lo proveyeran de nuevas fuerzas para mostrarse más implacable, como si alguien lo estuviera educando para el mal. Es una influencia más profunda que la de su esposa, no se quién puede ser.”

Luego venían una serie de tachones que mi padre intentó descifrar sin éxito según pude constatar, a continuación la letra temblona proseguía el relato, cogí de nuevo los folios:

“Ha sido realmente espeluznante. Gunter pareció volver de su viaje bastante tranquilo, los primos de su mujer parecían jóvenes normales, bebedores y mujeriegos, pero normales; no permanecieron aquí demasiado tiempo, apenas dos semanas, los criados se sintieron aliviados pues la fiesta resultó del gusto de mi hijo y no fueron reconvenidos siquiera, pensaba que tal vez se había operado un cambio en ambos.
La Cuaresma acababa dentro de unos días y en el pueblo y el castillo comenzaron los preparativos para la Semana Santa, Gunter me pidió permiso para organizarla él. En nuestra casa siempre habíamos plantado una cruz en el patio y hacíamos una representación de la Pasión de Nuestro Señor, pero este año Gunter pidió que dejásemos la cruz en el suelo, que la levantaríamos en su momento; no entendí entonces a qué se refería pero no tardaríamos en enterarnos.
Contrató a todos los carpinteros de nuestro feudo y sacó los caballos de los establos, limpió las caballerizas e instaló allí a los carpinteros, a los que proveyó de madera. Durante una semana no se oyó en el castillo más que el golpeteo de los martillos, nadie podía entrar en el improvisado taller, nadie podía ver el progreso de los trabajos que se estaban llevando a cabo, estoy seguro que ni los carpinteros entendían lo que estaban haciendo. Luego, la mañana del Jueves Santo amaneció el patio lleno de cruces, bellamente talladas, alineadas en el suelo, unas más grandes que otras, al lado de cada una de ellas había un martillo y tres clavos enormes; no sospechaba lo que se le había pasado por la imaginación.
Estaba el sol en todo lo alto cuando las puertas del castillo fueron abiertas y entraron campesinos provenientes de todos los puntos de la comarca, era extraño que no hubiera entre ellos ninguna mujer, eran todos hombres con sus hijos: desde niños recién nacidos a muchachos de doce años, sólo niños. Cada hombre se puso delante de una cruz y cuando estuvieron todos colocados ante ellas las puertas se cerraron; detrás de cada campesino se situó un soldado con una lanza, no me gustaba el cariz que estaba tomando el asunto. Mi mujer y yo permanecimos dentro del castillo observando todo desde la balconada, ella estaba muy inquieta y me apretaba la mano mientras yo se la acariciaba intentando tranquilizarla. Habían instalado una especie de escenario y colocado en él un par de asientos; en ellos se sentaron Gunter y Brígida, desde allí dominaban todo el panorama. Los dos vestían sus mejores prendas, Gunter se levantó, el murmullo de desconcierto y curiosidad cesó. Lo que dijo a continuación nos puso a todos los pelos de punta: para celebrar con todo el esplendor la Pasión de Jesucristo había hecho construir tantas cruces, cada hombre debía crucificar a su hijo primogénito, a semejanza de cómo Dios había permitido que matasen al suyo, los soldados tenían orden de alancear a todo aquel que se negase.
No se puede describir con exactitud todo el horror que sentí, ni los gritos de angustia, miedo y dolor, ni la satisfacción de mi hijo y de su mujer, aquella desnaturalizada que reía mientras veía sufrir a aquellos niños y a sus padres; no se cuánto duró aquello pero me pareció una eternidad. Mi mujer enloqueció: no aguantando tanto sufrimiento puso fin a su vida tirándose por la ventana, no pude hacer nada para impedirlo. Y todos aquellos cuerpos destrozados mi hijo los utilizó de combustible para sus estufas.
¿A quién recurrir en busca de ayuda y consuelo? Estaba solo frente a él, mi único apoyo y amiga había dejado de existir.
Por esas fechas su mujer había quedado encinta, yo ya no mandaba, se hacía tan solo su voluntad, y utilizaba las bellas estufas para impartir justicia, si a lo que hacía se le podía definir con ese nombre. La más grande había quedado para su uso personal, la había instalado en el aposento donde su madre y yo lo habíamos concebido; la otra, en la sala donde antaño recibiera a todo aquel que venía en busca de socorro o de ayuda, en donde yo, con la mejor voluntad, intentaba dirimir las disputas entre mis súbditos. Pero lo que hacía Gunter era una mascarada para satisfacer su crueldad.
Un día llegó un monje mendicante a las puertas del castillo, mi hijo lo recibió con gusto: eran los monjes y frailes las únicas personas que merecían su aprobación, así había sido desde pequeño; en mí nació la esperanza de que aquel santo varón le hiciera ver los errores y tremendos pecados en que había incurrido. Durante unos días la fortaleza vivió unos momentos de paz y sosiego como no había conocido desde hacía bastante tiempo; confiaba en que la influencia del monje fuera positiva.
¡Oh, Dios de los Cielos!¡Cuán equivocado estaba! Aquel era un monje de Satán, un fanático más cruel incluso que mi Gunter, detrás de aquellos hábitos sencillos y monacales se escondía un hombre de alma retorcida y malvada, venía del país de Brígida y era quien había incitado a mi hijo a cometer todas las barbaridades cometidas hasta ahora.
Los primeros días de su estancia discurrieron con normalidad, ambos permanecieron encerrados en los aposentos de Gunter, no saliendo ni para las comidas del día; yo imaginaba que estarían haciendo penitencia o rezando, pero pronto se me reveló la verdadera naturaleza de sus reuniones. Durante el tiempo que estuvieron enclaustrados Gunter delegó en mí la administración de la justicia, y había que ver el alivio de mis antiguos súbditos cuando se daban cuenta que era a mí a quien debían exponerle sus quejas. Pero, por desgracia, no duró mucho tiempo esta situación. Ambos salieron de su encierro al cabo de quince días.
¿Cómo un hombre de Dios puede estar tan pervertido?¿Cómo, Santos del Cielo, pueden vivir sin remordimientos gente como mi hijo y el monje? La crueldad de Semana Santa no fue nada comparada con los que vino a continuación. Ahora el monje no se apartaba de su lado, ni siquiera cuando celebraba audiencia. Repugna a mi conciencia dar a conocer lo que esos dos monstruos fueron capaces de hacer en colaboración, sólo resaltaré dos hechos: el primero de ellos fue en relación con Brígida, que estaba a punto de dar a luz. La encerraron en el calabozo más húmedo del castillo acompañada por un buey y una mula, pues el monje lo había convencido de que ningún ser humano era superior a Jesucristo y su hijo debería nacer en las mismas condiciones que lo había hecho Nuestro Señor. El niño sobrevivió a semejante prueba pero la madre, abandonada de esa manera después de haber conocido el lujo, y sin la asistencia de ninguna comadrona o mujer que la ayudase, parió entre terroríficos gritos y murió desangrada después de nacer el pequeño.
El segundo fue mucho más sutil, refinado y cruel: mi hijo hizo tapizar la habitación donde recibía a sus vasallos con la piel de los que martirizaba, piel que le era arrancada al desdichado en vida antes de que, como era su costumbre, lo cortase en trozos y lo echase al fuego.”
Juan Alfonso estaba fascinado y horrorizado por todo lo que estaba leyendo y al llegar a este pasaje dejó la lectura. ¡Así que era eso lo que había visto en su sueño: la piel de las víctimas de Gunter forrando la pared del actual comedor! No había leído ni la tercera parte del diario, ni se sentía con fuerzas de seguir haciéndolo. Necesitaba tomar el aire; no le extrañaba que su padre hubiera deseado terminar cuanto antes la traducción. Era realmente increíble hasta dónde podían llegar los desvaríos de una mente enferma, tampoco le sorprendía el temor de los descendientes a que aquellos artefactos fueran usados de nuevo en crueles designios; él no había sentido nada cuando estuvo al calor de la estufa, tal vez porque aún no conocía los verdaderos motivos que llevaron a algunos miembros de la familia Taühausser a hacer esas reconvenciones en el diario.
Había salido de casa, pero era tan fuerte su concentración cuando lo hizo que, cuando volvió de sus reflexiones, se encontró con que estaba caminando por la playa, era de noche y sólo unas cuantas personas con sus respectivos perros se intuían en el arenal.
¿Qué hacer con las estufas ahora que conocía la verdad sobre su origen y los hechos de los que fueron involuntarias protagonistas? Dudaba si quedárselas, satisfacían sus ansias de morbo; pero evidentemente existía el peligro, al adoptar esta decisión, de que su mente imaginativa pudiera sentirse atraída a hacer un uso indebido de ellas: sólo pensaba en perros y gatos muertos crepitando en el fuego, pero consideró que siquiera pensar en esas cosas era ya una crueldad. Se desharía de las estufas, ¡qué lástima, con lo bonitas que eran y lo bien que se había sentido rodeado del calor que desprendían! Y si al fin se decidía ¿se las devolvería a los gemelos? No podía hacer eso, había quedado claro que no heredarían a no ser que se desprendieran de ambos muebles. Entonces ¿qué?.
Con la mente dándole vueltas, intentando encontrar una solución al problema, recorrió dos veces Orzán y Riazor. El murmullo del mar llegando hasta la orilla resultó un sedante para Juan Alfonso que, despacio y cabizbajo, volvió a su hogar.

7. Todo vuelve a su cauce
Su padre estaba viendo la televisión, era un poco sordo y a veces subía el volumen demasiado; al abrir la puerta oyó los clásicos ruidos de tiros y pelea, estaba viendo una película de Humphrey Bogart, con un wiskey al lado y en medio de la penumbra; se puso una copa y se sentó junto a él. Ahora sería inútil hablarle, no le haría ni caso, estaba demasiado concentrado en el telefilme. ¿Qué hacer con las estufas? Ahora que conocía parte de la historia sentía que podían ser realmente una mala influencia. Su curiosidad lo impelía a intentar descubrir más información acerca de ellas, su prudencia lo obligaba a deshacerse de tan bellos muebles, y su afán de posesión de algo hermoso y útil lo echaba para atrás en su decisión de abandonarlas en algún escondrijo.
Durante unos momentos dejó que su mente vagara por otros derroteros e intentó concentrarse en la televisión sin conseguirlo. Se encontraba cansado, al día siguiente debería llevar a cabo muchas cosas y necesitaba estar en plena forma y fresco como una lechuga. Silenciosamente se retiró a su cuarto, deshizo la cama, cogió la traducción del diario, se puso el pijama y, acostándose, se dispuso a seguir leyendo; estuvo durante unos minutos ojeando aquí y allá, parándose de vez en cuando para centrarse en un párrafo determinado que llamaba su atención. Como suponía, las atrocidades habían seguido durante un par de generaciones más, luego, un descendiente de un biznieto de Gunter, que había escogido la vocación monástica, se las llevó como dote a su convento y estuvieron calentando a los peregrinos y romeros que pasaban por allí durante bastante tiempo. Cuando murió las estufas retornaron a la familia, a cambio de una sustanciosa compensación a la orden monástica a que había pertenecido Hans Taühausser el Iluminado.
Poco más de interés se decía en el diario. Ya lo leería con calma más adelante, ahora tenía mucho sueño y necesitaba dormir. Se arrebujó, dio un par de vueltas y perdió la consciencia; estuvo durante un buen rato descansando plácidamente, empezó a tener sueños difusos, casi parecía que estaba despierto, pero tal vez estuviera dormido. Se despertó y miró el reloj. Hacía cinco horas que se había acostado. Casi no podía creerlo. Apagó la luz y volvió a dormirse; soñó con las estufas, pero no fue como las otras veces: nada de nerviosismo ni de temor, era más bien un sentimiento de calma y normalidad el que lo embargaba.
Estaba en la biblioteca del castillo, rodeado de libros y sentado en una de las estufas, afuera lucía el sol aunque parecía que no calentaba demasiado y por esa razón debía de tenerla encendida; pero notaba algo raro en ella, no parecía la misma. Se levantó y se puso a observarla, los dibujos eran más modernos y los colores más desvaídos, sintió unos deseos irreprimibles de mirar por la ventana; no ocurría, aparentemente, nada raro allí fuera. Brillaba el sol, los árboles estaban llenos de pájaros que trinaban alegres, la hierba deslumbraba de tan verde. A lo lejos creyó ver algo, una serie de figuras, o de casas, abrió la ventana, se apoyó en el pretil y saltó, se puso a volar en la dirección deseada, poco a poco las figuras fueron aclarándose, eran de forma cuadrada. De repente descubrió que en los árboles, colocados artísticamente, había un montón de cuadros y estatuas. Era un bosque de pinturas y esculturas. Bajó suavemente, posó sus pies en el prado y comenzó a caminar entre obras de todo tipo, no podía decir cuánto tiempo estuvo inmerso en este extraño y fantástico bosque hasta que llegó a un claro. Allí, en medio, fuertemente encadenadas estaban las dos estufas, tan bellas y fascinadoras como la primera vez que las vio en el castillo alemán.
Se despertó comprendiendo lo que debía hacer: fabricaría una copia de las estufas, las originales las donaría a un museo de la ciudad y escribiría un libro acerca de la historia de ambos muebles. Ya eran las nueve de la mañana, saltó de la cama alegremente y de la misma manera se dirigió a la ducha, desayunó ligero y se fue a dar un reconfortante paseo por la playa. Se llevó el bañador, igual hasta se pegaba un chapuzón, a Eduardo sería inútil llamarlo a estas horas, sabía que los sábados dormía hasta tarde.
Estaba disfrutando como un niño en la playa del Orzán, saltando olas y atravesándolas buceando cuando eran demasiado grandes para saltarlas. Regresó a tiempo para comer con toda la familia y nada más acabar llamó a Eduardo. Quedaron en verse un poco más tarde en su casa. Su padre había ido a una inauguración de una galería, su madre estaba con sus amigas merendando en el Casino, y su hermano menor se había reunido con el resto de la familia en la casa de Coristanco. Pasaron la tarde hablando de las estufas, de que tenían que avisar a Otto y Hans y de lo que había pensado Juan Alfonso hacer con ellas. Le contó un poco por encima todo lo que había leído y convino Eduardo que lo que su amigo había pensado era la postura más sensata que se podía adoptar.
Los gemelos fueron avisados y aparecieron en Coruña al cabo de dos días, estuvieron durante una semana haciendo turismo por la ciudad y sus alrededores, luego partieron, rumbo a otros lugares de nuestra geografía. El diario se lo dejaban a Juan Alfonso, volverían a por él cuando dieran por finalizado su periplo por España. Las estufas fueron donadas al Museo de Bellas Artes y en cuanto acabó el verano Juan Alfonso y Eduardo comenzaron su colaboración para escribir un estudio pormenorizado de las estufas. Juan Alfonso hizo fabricar un par de copias y las instaló donde antes había estado ubicadas las originales. Esta fue la historia más excitante que le ocurrió en su vida.
Eduardo cogió fama de excelente investigador después de la publicación del estudio que hizo a medias con su amigo, e incluso fue invitado a dar conferencias y a participar en coloquios, a veces bastante esotéricos y otros mucho más técnicos.

jueves, 16 de abril de 2020

Extravagancia Mortal, cuarta parte

5. De sorpresa en sorpresa
Amaneció el día claro de nubes, aunque bastante frío, y después de un copioso y reconfortante desayuno los gemelos se ofrecieron a llevarlos a Baden-Baden. Apenas hablaron durante el trayecto. Llegaron con tiempo de sobra para coger el avión, Hans y Otto se despidieron en ese momento, pues tenían que ir a ver al notario que llevaba los asuntos de su difunto padre, debían informarle que las gestiones acerca de las estufas habían tenido un final feliz, además él sabría posiblemente donde se encontraba la llave del desván. Aún les quedaban dos horas de espera hasta embarcar rumbo a Santiago; las dedicaron a dar un paseo por el aeropuerto, tomar algo en el bar y consignar los equipajes.
Juan Alfonso estaba tan cansado que nada más despegar el avión se quedó dormido, y soñó, soñó otra vez con el castillo, pero, habiéndolo conocido todo parecía más real: los corredores, las habitaciones, incluso los criados, tan sigilosos y callados que parecía que no existieran, se le presentaron durante el sueño más claramente que en todos estos días; los recuerdos de lo real se mezclaron con  lo leído y escuchado, y conformaron un sueño extraño y desasosegante en donde se veía vistiendo unas estrafalarias ropas, en lo que reconoció era el actual comedor, pero no estaba dispuesto tal y como lo había visto, no lo se percató hasta ver el paisaje que aparecía por la ventana; al fondo de la sala había una tarima y sobre ella, forrado de carmesí y oro, un sitial. La estancia estaba rodeada por toscos bancos de madera a su derecha y por sillas forradas de terciopelo verde a su izquierda; además, tanto unas como otros, estaba situados en un nivel muy inferior al del sitial, puesto que se encontraban inmersos en un foso que, posiblemente debido a su profundidad, haría que quienes estuviesen sentados en ellos semejasen sólo cabezas. En el centro de la habitación, a la misma altura que el sitial, se encontraba una de las estufas, y excepto en el lugar de su ubicación, el resto de la sala estaba cubierta por lo que pensó era una extraña tela de color beige, de apariencia quebradiza; la iluminación era siniestra, pues tan sólo unas cuantas hachas a duras penas lograban romper la penumbra del salón; no había nadie, estaba solo, se dirigió sin dudarlo al foso de los bancos y tomó asiento. No tardó en llenarse la habitación de gente vestida de todas las épocas inimaginables, lo más extraordinario era que no poseían rostro, era como si esa parte de su cuerpo estuviese desenfocada, vislumbrándose confusamente que allí existían unos rasgos; ninguna de aquellas figuras hablaba ni emitía sonido alguno, el silencio era absoluto, intentó por todos los medios articular palabra pero de su boca no salió ningún sonido. De repente la estancia se iluminó con una luz roja, proveniente de no se sabe donde, y la gran puerta se abrió sin emitir ningún ruido, Juan Alfonso miraba a todas partes y por mucho que se esforzó en observar todo lo que estaba ocurriendo no se percató de la entrada de aquella figura enteramente vestida de negro y que ahora ocupaba el sitial, era como si se hubiera materializado directamente en él. El ambiente empezaba a ser sofocante, apenas podía respirar, se iba a ahogar, se estaba ahogando... despertó bruscamente dándose cuenta de que al haberse dormido el cuello de su camisa se había retorcido y le apretaba el gaznate; Eduardo dormitaba a su lado y no se dio cuenta de su angustia.
El resto del viaje se desarrolló apaciblemente, las estufas tardarían un par de días en llegar, contra entrega el dinero sería ingresado en la cuenta de los gemelos y sólo quedaría que el misterioso cliente de Eduardo escogiera una de ellas. A Juan Alfonso no le importaba cuál quedarse, en la vida había imaginado poseer una, así que le daba lo mismo cuál de ellas sería suya, ambas eran una maravilla. La aventura había terminado, la estancia en el castillo le había encantado, si hubiera sido por él se hubiera quedado mucho más tiempo, le hubiera gustado encontrar el diario en algún escondrijo del edificio. El avión tomó tierra y Juan Alfonso dejó de reflexionar acerca del asunto.
Dentro de un par de días tendrían que volver al aeropuerto a recoger las estufas, bueno, volvería él pues Eduardo debía trabajar, y entonces también conocería al misterioso comprador.
La tienda no tenía un éxito furibundo (nunca lo tienen los locales que se dedican a las antigüedades) pero su hermano menor había logrado vender un par de objetos bastante interesantes y de gran valor. La gente entraba a curiosear y de vez en cuando se llevaba algún pequeño objeto. En realidad estaba bastante bien teniendo en cuenta que hacía apenas un mes que se había inaugurado. Durante la noche volvieron los sueños extraños, escenas en un castillo cambiante con gente estrafalaria y objetos imposibles, sueños de los que se despertaba sudoroso y con la sensación de que algo siniestros estaba a punto de suceder. En contraposición, la noche anterior a la llegada de las estufas, durmió como un tronco. Se levantó descansado y optimista, en el cielo de Coruña no se vislumbraba ni una nube, lo cual era bastante extraordinario. Desayunó, contra su costumbre, sólo un café con leche. En casa todos habían salido, incluso su padre, que dedicaba las mañanas a arreglar cualquier tipo de artefacto que se hubiera estropeado en casa o que le había dejado algún conocido o amigo. Era realmente inusual en él salir tan temprano. Tenía  que pasar a recoger a un amigo que le iba a ayudar a cargar la estufa en su camioneta, en su coche era imposible que cupiese semejante marmotreto.
El avión llegó a la hora, se sorprendió mucho al encontrar en el hangar de descarga a su padre, pero el misterio quedó aclarado cuando le desveló que él era el misterioso comprador. Desde luego el viejo era una tumba para las confidencias cuando se lo proponía, en ningún momento antes de su viaje a Alemania había insinuado que sabía quién andaba detrás de las estufas. Bien, resultó que eran su regalo de cumpleaños.
Hacía una semana que había vuelto a Coruña y aún no había tenido tiempo de desembalarlas, allí seguían: una en el sótano de la casa de Coristanco, en donde había un billar y una mesa enorme de roble, así como una mesa de ping-pong y un confortable tresillo frente a una lareira[1]; la otra, tal como había imaginado, en la biblioteca desde donde se veía el bosque; todavía permanecían en sus cajas, envueltas en gruesas capas de guata.
Ahora que eran suyas quería disfrutar del momento en que tranquilamente las desembalaría; junto con las cajas había una carta de los gemelos en donde le informaban que, aunque habían logrado abrir la puerta del desván y revisado este escrupulosamente, no habían encontrado ni rastro del famoso diario, y el notario que se había ocupado del testamento tampoco había conseguido darles ninguna pista al respecto, estaban convencidos de que el tal diario, si había existido en realidad, haría ya bastante tiempo que se habría destruido.
Por fin se decidió, ese mismo fin de semana iría a Coristanco y las instalaría; avisó a Eduardo, estaría encantado en ayudarle.
El sábado amaneció nuboso, con esas nubes grises que presagian tormenta, pudiera ser que incluso pusieran en funcionamiento alguna de las estufas. Fue a recoger a su amigo muy temprano, la gente solía ir a sus pequeñas casas y chalets, incluso en un día tan desapacible como este. Menos mal que no iban lejos. La casa de piedra granítica la había heredado su padre hacía mucho tiempo y conservaba bastantes muebles antiguos pues no había dejado que su esposa la redecorara; durante muchos años habían ido a ella todas las vacaciones y fines de semana, y aunque hacía un par de años que no la utilizaban tan asiduamente, se encontraba en unas óptimas condiciones de limpieza y conservación gracias a un matrimonio que se preocupaba de limpiarla y de mantener el jardín y el huerto perfectamente cuidados. En la parte trasera se había construido una piscina, su padre era un gran amante de la natación, así como el resto de los hermanos de Juan Alfonso, y uno de ellos había tenido la genial idea de climatizarla y cubrirla con un tejado que en verano podía hacerse desaparecer. Había avisado al matrimonio de su llegada, así que tenían todo el sitio para los dos solos, la nevera estaba a rebosar de alimentos y había leña suficiente para encender la lareira si les apetecía. Se tomaron la mañana con calma escogiendo las habitaciones en donde dormirían y salieron al pueblo a tomar unos vinos; fue después de comer cuando se pusieron manos a la obra. Había que sacar toda la guata que envolvía las estufas y limpiarlas bien antes de probarlas. Esto les llevó toda la tarde; no habían sufrido mal alguno, una de ellas, la que habían instalado en el sótano, había sido restaurada: cuando estuvo totalmente limpia pudieron darse cuenta de que unos cuantos baldosines, próximos a la puerta por donde se introducía el combustible, resaltaban entre el resto. El trabajo había sido obra de un experto pues el dibujo era tan parecido al del resto de la estufa que si Juan Alfonso no hubiera estado seguro de la antigüedad del mueble, hubiera pensado que lo había hecho la misma persona que la concibió en origen.
Si ya cuando las había admirado en el castillo le parecieron hermosas, ahora su asombro no tuvo límites, pues los colores, los rojos, los azules y los verdes, resaltaban mucho más: el dibujo estaba compuesto por figuras de pájaros emparejados y rodeados de hermosas volutas. Los asientos también poseían en todo su perímetro las mismas volutas de ramas con hojas del resto del mueble, pero dibujadas a una escala menor. El asiento de la izquierda estaba decorado con pintura roja mientras que el de la derecha lo estaba con pintura verde; podía imaginarse perfectamente al matrimonio con aquellos ropajes complicados del siglo XVI alemán, sentados tranquilamente en una fría y nivosa tarde invernal, cada uno de ellos dedicado a sus quehaceres respectivos, tal vez a sus pies un par de perros dogos dormitaban al calor de la lumbre y la campana de la iglesia llamaba al último oficio del día.
Después de la limpieza sintieron realmente hambre y aviaron un suculento piscolabis que devoraron con ansia, la noche había empezado a caer y el ambiente se había enfriado en demasía; entrada la primavera las noches todavía eran muy frescas y de vez en cuando había que poner la calefacción, quizás estaban tan ansiosos por probarlas que se convencieron de lo inclemente del tiempo para darse una excusa para encenderlas.
Decidieron probar la de sótano, la que tenía los dos asientos. Recogieron un poco la mesa de la enorme cocina y bajaron presurosos al sótano. Aún tardaron un buen rato en hacerla funcionar, la leña estaba algo húmeda y no prendía con facilidad, pero al fin sus esfuerzos se vieron recompensados, la madera empezó a crepitar, cerraron la portezuela y se instalaron cómodamente en los asientos, era una delicia sentir aquel tibio calor que desprendían los baldosines, sólo necesitaban una fina manta para las piernas y sería perfecto.
-Nunca hubiera imaginado estar así en uno de estos artefactos-dijo Eduardo-verlas en el castillo ya me pareció estupendo, pero estar sentado en una de ellas... Desde luego la nobleza alemana sabía vivir bien y rodearse de cosas bellas y útiles; siempre me ha fascinado de los alemanes su mente práctica, y cómo han sabido aunar la utilidad y la belleza, si hubiera sido un español a lo mejor se le hubiera ocurrido el sistema, pero decorarlas con tan buen gusto... ¡quien sabe! ¿me permitirás hacerles unas fotos?
-Por supuesto-respondió Juan Alfonso, que había permanecido con los ojos entornados mientras su amigo le hablaba-todas las que quieras, como si deseas traer a tus alumnos de visita; has de saber que esta casa de piedra es uno de esos pequeños pazos del XVII que pululan por toda Galicia, y que muchos de los muebles que ves aquí son realmente antiguos, están muy bien conservados pues mi padre se dedica a ello; mañana con más calma te enseñaré todo lo que hoy no hemos tenido tiempo de ver y estoy seguro que te encantará.
A pesar de todo el tiempo que la estufa había permanecido inactiva funcionaba a la perfección, aquella tibieza que daban los baldosines, aquel suave crepitar del fuego, hacía que la mente soñadora de Juan Alfonso, de vez en cuando, vagase por otros lugares y épocas, era algo que no podía evitar. Empezó a llover y el viento ululaba en la noche pero ellos al amparo del bello artefacto sonaban cada uno con sus cosas, de tanto en tanto entre ellos se hacía el silencio, permaneciendo callados un buen rato, luego tornaban a hablar: de la infancia, de sus estudios, de sus trabajos y aficiones. Pasaron así buena parte de la noche, alimentando con leña y piñas el hermoso fuego que ardía feliz en las entrañas de la estufa. De repente oyeron que algo se quebraba, se levantaron rápidamente y de inmediato se dieron cuenta de que los baldosines más nuevos se habían despegado y caído al suelo. Fue una verdadera sorpresa lo que apareció ante ellos; es decir, hubieran esperado ver el color rojizo de los ladrillos refractarios y en vez de eso se presentaba ante sus ojos un espacio oscuro. Juan Alfonso fue el primero en acercarse a tocar lo que pensaba que sería algún tipo especial de cerámica pero se quedó estupefacto cuando se percató de que aquello tenía la textura del cuero viejo.
-Mira Eduardo, es cuero, un cuero al parecer muy envejecido, ¿piensas que puede ser...?
Sería realmente alucinante, buscándolo por todas partes y... habría que despegar más el azulejo para comprobarlo
-Déjame ver-dijo Eduardo mientras sacaba unas gafas de su cazadora de cuero-no, mira, no creo que haga falta, lo que sea está recubierto alrededor de... creo que es plomo, y parecen una especie de listones, tal vez si lográsemos sacar uno de ellos no tendríamos que destrozar ningún baldosín más, por otra parte, pienso que lo lograremos porque, sin te has fijado, únicamente se han caído los baldosines más nuevos mientras que los realmente antiguos han permanecido intactos. Busquemos algo con lo que hacer palanca debajo de uno de los listones para no estropear lo que sea eso de cuero.
A Eduardo se le ocurrió subir a la cocina a por una cuchara de madera y, con una navaja que siempre llevaba en uno de los bolsillos traseros del pantalón, se puso a trabajar en el mango para conseguir encajarlo entre la estufa y uno de los lingotes que rodeaban aquel rectángulo de cuero. Probó por todas partes hasta que logró introducir la improvisada palanca debajo del lingote superior, cayendo al suelo estrepitosamente al tiempo que también lo hacían el resto de los lingotes y aquello que habían estado protegiendo. No cabía la menor duda: era el famoso diario perdido durante tantos años, el libro familiar en el que se había ido consignando generación tras generación toda la historia de las estufas, desde su construcción hasta las razones por las cuales tanto las estufas como el diario fueron cuidadosamente ocultados.
Nos iba a costar Dios y ayuda traducirlo; en realidad el diario era un tesoro de la lengua alemana, una serie de manuscritos de las más diversas épocas y de los más dispares materiales habían sido unificados en aquel curioso libro de antaño tapas rojas y que ahora aparecía ante nosotros ennegrecido, no de forma natural, sino como camuflaje por si alguien, y habíamos sido nosotros, descubría el escondite.
Nos olvidamos de la estufa, de los baldosines rotos que aún permanecían en el suelo, e incluso de ir echando más leña, de tal manera que, al estar tan absortos repasando las hojas y maravillándonos por los dibujos técnicos y las enrevesadas letras del alemán antiguo, tardamos un tiempo en darnos cuenta de que estábamos congelados. Eran cerca de las cinco de la mañana y afuera estaba helando.
¿A quién podríamos recurrir? No sabíamos qué pensar, ni qué hacer; no veíamos el momento en que llegase la mañana. Aunque intentamos por todos los medios conciliar el sueño no lo conseguimos ninguno de los dos, oía a Eduardo dar vueltas y más vueltas en su cama de la habitación contigua. Tal vez lo mejor sería llamar a los gemelos, yo tenía algunas nociones de alemán pero eran del idioma moderno, no sabía ni papa de alemán antiguo. Estuve sentado en la cama un buen rato intentando descifrar algo de las últimas páginas escritas, las que databan de los años 40 del siglo XX y sin un buen diccionario que me auxiliase bien poco pude sacar en claro, a pesar de lo cual pude entender que quien había escrito aquellas páginas con aquella hermosa letra había sido una mujer, tal vez la abuela de los gemelos, la que se casó con el profesor de arte, y que tenía tal aprensión a la historia de las estufas que se negaba a consignar de qué naturaleza era el secreto que guardaban ambos muebles y pedía a sus descendientes o a quien encontrase el diario que se abstuviese de leerlo, pues temía que quien sintiese curiosidad por la historia de aquellos muebles malditos pudiera provocar que el horror se reencarnase de nuevo. Poco más pudo entender Juan Alfonso, alguna palabra suelta de advertencia, de desasosiego, de auténtico terror; pero la razón de todas aquellas prevenciones permanecía desconocida. Sería necesario traducir todo aquel galimatías de tantos siglos atrás y al verdad es que no tenía los medios adecuados.
Dejó el diario encima de la mesilla y se arrebujó en la cama, podía oir a Eduardo dar vueltas y más vueltas en su lecho intentando conciliar el sueño; Juan Alfonso apagó la luz y se puso a pensar en si conocía a alguien de confianza que pudiera ayudarle, dada la antigüedad y la rareza del manuscrito temía que, si lo ponía en manos de alguien un poco ambicioso y sin escrúpulos fuese víctima de algún engaño o robo, y pensando pensando se durmió.
Se levantó con la impresión de haber estado durmiendo un buen montón de horas pero en realidad estaba amaneciendo; bajó a la cocina, tenía un hambre canina y se preparó un copioso desayuno a base de huevos fritos con jamón, zumo de naranja y un café con leche con un par de tostadas untadas de mantequilla y mermelada. Tenían que contarle a su padre lo que habían descubierto, tal vez él pudiera encontrar una solución o a lo mejor conocía a alguien de su confianza que pudiera ayudarles. Salió al jardín, el césped estaba húmedo de rocío y ni una nube se vislumbraba en el cielo, decidió dar un paseo, probablemente Eduardo estaría durmiendo todavía. Cuando entró en la casa lo saludó un delicioso aroma a café, su amigo estaba en la cocina. Le contó sus planes respecto al diario y una vez recogidas sus pertenencias regresaron a Coruña.
En su casa estaban empezando a levantarse, incluso los días festivos su padre se levantaba muy temprano, así que lo encontraron en su rincón preferido de la biblioteca; le contaron todo lo que les había ocurrido con las estufas y el descubrimiento del diario; claro que conocía a alguien que les podía ayudar en la traducción del manuscrito: él mismo. Aunque nunca se lo había contado a su hijo, en su juventud se había sentido  tan atraído por el alemán antiguo que hizo un par de cursos de paleografía para poder leer algunas de las joyas de la literatura universal en su idioma original; aunque hacía mucho tiempo de esto todavía conservaba los libros y apuntes de cuando había estudiado y pudiera ser que lograra traducir aquel diario.
A esto se le llamaba tener suerte, en la vida lo hubiera imaginado: aquel hombre menudo y siempre liado con sus trabajos de marquetería, electricidad, siempre con el destornillador y la sierra de calar en la mano, experto, o al menos estudioso, del alemán antiguo por pura afición; no se lo pensaron dos veces, tardase lo que tardase, le dejaron el manuscrito e inmediatamente el buen hombre comenzó a rebuscar en los cajones sus viejos apuntes y libros de paleografía. Juan Alfonso y Eduardo salieron de la habitación cerrando con cuidado la puerta; ahora había que avisar a Hans y Otto.
Estaba deseando que su padre se metiese en faena con el diario, como se lo tomase de la misma manera que el resto de sus aficiones imaginaba que no saldría de la habitación en días y ¡pobre del que lo molestase!






[1] Lugar donde se enciende el fuego en las cocinas rústicas